Ma Bush non si ferma

"L'attacco è imminente"

di JUDY KEEN

 

Signor presidente, ha seguito l'intervista della Cbs a Saddam Hussein?

"No, non l'ho vista".

Non le interessa sapere quello che ha detto?

"No. Penso che Saddam Hussein se avesse davvero avuto intenzione di disarmare, lo avrebbe fatto. Deve disarmare, perché è pericoloso. Quindi qualsiasi cosa gli sentiate dichiarare adesso, si tratta soltanto di un tentativo di prendere tempo e di ingannare il mondo, perché è abituato a fare esattamente questo. Dopotutto, è riuscito a farlo per dodici anni. Il suo è un raggiro".

E' quindi giunta l'ora per gli americani di prepararsi al fatto che la guerra non solo è probabile, ma che scatterà nel giro di poco tempo?

"Credo che gli americani comprendano perfettamente che le cose possono stare così. Sin dal primo giorno ho detto: o Saddam Hussein disarma, oppure noi guideremo una coalizione e lo disarmeremo. Sono sempre stato fedele a quella dichiarazione, perché stavo preparando gli americani all'uso della forza militare, l'ultima risorsa, l'ultima opzione in mio possesso. In qualità di comandante in capo, non mi piace la prospettiva di dover ricorrere all'esercito. Dopotutto, dipende da una mia decisione se alcuni soldati perderanno la vita. Ho vissuto la triste esperienza di abbracciare donne i cui figli sono scomparsi combattendo, nel corso della prima battaglia di questa guerra al terrorismo. E' molto difficile, è un compito ingrato guardare qualcuno negli occhi, provarne compassione e sapere che è stata mia la decisione che ha messo a repentaglio la vita di quella persona a loro cara".

Lei afferma di averci pensato a lungo. Può spiegarci come è giunto a questa conclusione? Come si sente, ora che si prepara a prendere nel giro di poco tempo questa decisione?

"Prima di tutto ho preso la decisione che Saddam Hussein dovesse essere disarmato. Questa è stata la mia decisione. Ovviamente avevo ben chiare molte altre questioni, oltre alla pace e alla sicurezza del paese. Mi preoccupa anche la sicurezza economica dell'America, e trascorro molto tempo occupandomene. Qui lavoriamo su una gran varietà di argomenti. Comunque il processo con il quale si arriva a prendere una decisione inizia stabilendo un obiettivo, e quindi pensando a come sia possibile conseguirlo. Le mie riflessioni sono cambiate con l'11 settembre 2001 e nel periodo immediatamente seguente. Il primo obiettivo del presidente è quello di garantire la sicurezza dell'America. Per molti anni, per gran parte della storia del nostro paese e durante la Guerra fredda, questo obiettivo si limitava essenzialmente ad assicurare protezione, comportava il dover pattugliare gli oceani, evitare che qualcuno arrivasse. Mai abbiamo pensato che un nemico ci avrebbe attaccato direttamente. Ora siamo sul campo di battaglia, il primo nella prima guerra del 21esimo secolo. E' importante che gli americani lo capiscano. La guerra continua. Ora la guerra ha a che fare con un dittatore che può fungere da arsenale o da base di addestramento per la rete terroristica che ancora nutre odio per l'America. Quindi ora la nostra guerra è su due fronti. Da una parte combattiamo contro Al Qaeda con una coalizione di 90 nazioni. Dall'altra pretendiamo che si ottemperi alle richieste di tutto il mondo e che Saddam Hussein disarmi per il bene della pace".

Che cosa pensa però delle posizioni degli americani? Dai sondaggi emerge che non tutti sono convinti della necessità di questa guerra. La preoccupa quello che ciò potrebbe significare per i nostri soldati quando torneranno a casa, o le ripercussioni che potrebbero esserci sui suoi programmi interni a guerra finita?

"Prima di tutto i miei impegni in politica interna andranno avanti per conto loro. Si tratta di un'agenda molto forte e solida. Per almeno due anni abbiamo avuto un ottimo risultato al Congresso su questi temi di politica interna. Credo che anche quest'anno avremo buoni risultati, perché i nostri programmi di politica interna si basano sul buonsenso col quale affrontiamo i problemi che ci stanno di fronte. Posso capire chi dichiara di non amare la guerra. Condivido questo sentimento. L'uso dei nostri soldati è la mia ultima risorsa. A coloro che affermano che Saddam Hussein non costituisce una minaccia, né per noi, né per nessun altro, rispondo però di andare a controllare con molta attenzione nel suo passato. Saddam ha attaccato i paesi confinanti. Ha ucciso con il gas il suo stesso popolo. E' uno dei più brutali e feroci dittatori che si siano mai conosciuti. Nutre odio per l'America e ha legami con Al Qaeda. Dunque costituisce una minaccia".

Ha già pensato di chiedere agli americani di fare qualche sacrificio per agevolare lo sforzo bellico? Alcune persone si chiedono infatti: perché concederci uno sgravio fiscale? Perché non chiederci direttamente di più?

"Gli americani stanno già pagando. La ragione per la quale si attua un taglio fiscale è far sì che la nostra economia sia forte. Il piano di sgravi fiscali mira a stimolare la crescita e la vitalità economica. In secondo luogo, ci sono migliaia di nostri concittadini che stanno già facendo sacrifici, poiché i loro cari sono andati oltreoceano. Stanno facendo il sacrificio per eccellenza. Sono cittadini orgogliosi di questo paese, sono mogli, madri o padri di un soldato coraggioso e stanno dicendo: io sto dalla sua parte, offro tutto il mio sostegno mentre serve il nostro paese. Questo è un sacrificio".

Chi si oppone alla sua politica, compresi alcuni democratici che si apprestano a entrare in lizza per le presidenziali, ritengono che lei possa ripetere gli errori di suo padre: vincere una guerra, forse, ma trascurare al contempo le questioni economiche e di politica interna.

"Se davvero si preoccupano per l'economia, che si facciano avanti e si uniscano a noi, stimolando l'economia e facendo sì che la gente abbia più denaro in tasca".

Copyright 2003, Usa Today International. Dist. by Tribune Media Services International - Traduzione Anna Bissanti

(1 marzo 2003)

Fonte: http://ozma.too.it