Dopo i missili, i biscotti: la strana guerra di Mr. Bush

di Toni Fontana

UMM QASR (Iraq meridionale) Magari fosse la pace, invece è una trovata, un espediente, il primo segnale che indica la strategia dei "conquistatori": dopo le bombe, i biscotti. L'ex zona smilitarizzata tra Kuwait e Iraq è diventata la barriera più impenetrabile del mondo, nei varchi di sabbia si sono infilati grossi carri armati kuwaitiani e, ogni 100-200 metri, si è appostato un cecchino con il colpo nella canna rivolta, ovviamente, verso Bassora. Per tornare a vedere folle di bambini affamati, padri che medicano una "cigara" e soprattutto il caos che c'era anche prima, ma che la guerra ha moltiplicato per dieci, occorre aggregarsi al circo che arriva da Kuwiat City. Giornalisti giapponesi con le ultima trovate della tecnologia televisiva, colleghi arabi degli Emirati corsi a vedere il rito della carità, e qualche decina di reporter europei stipati su tre pulmini cigolanti accompagnano tre poderosi Tir sui quali sono state dipinte le bandiere dei due paesi confinanti e la scritta "donation from the people of Kuwait". Dai cassoni chiusi ermeticamente non promana alcun odore, ma a noi che giriamo col telefonino tra l'odore della guerra e l'orrore della fame, basta poco per immaginare che dalla stiva dei Tir usciranno formaggini e biscotti, succhi di frutta, e patatine, acqua e pane.

Per una volta invidiamo i fotografi che, soli, possono descrivere la scena che avviene appena al di là del confine, sotto due capannoni sventrati dai bombardamenti (del 1991). Centinaia di bambini e di grandi danno l'assalto ai "forni" dell'Emiro del Kuwiat. La bocca dei camion si apre e viene subito occupata dai più facinorosi che si accalcano gettando tra la folla di miserabili casse bianche che vengono aperte all'istante nell'euforia generale, tra gli sguardi sbigottiti dei piccoli iracheni che mordono i biscottini "made in Dubai" e si abbeverano con i succhi di frutta giunti espressamente dagli Stati Uniti.

In breve le stive dei camion vengono ripulite e, tutt'attorno, per centinaia di metri, si vedono affamati che mangiano, assetati che bevono. Un miracolo, proprio qui, solo due giorni fa, i parà britannici ci avevano detto che Safwan, il villaggio di frontiera era "infestato" dalle milizie del partito che scorazzano sulle jeep provviste di mitraglia. E, passando davanti alla piccola moschea avevamo visto sguardi iniettati di odio, gruppi di giovani che complottavano. Infatti eccoli arrivare pronti a rovinare la festa. "Saddam, Saddam, sei nella nostra anima, siamo pronti a donare il nostro sangue per te". Guardandoli negli occhi si capisce che sono giovani; il capo è avvolto dal kefia e le loro urla si sentono fin oltre la frontiera kuwaitiana. I marines girano attorno alla "festa" con i mitra spianati, per l'iniziativa "umanitaria" è stato predisposto un servizio d'ordine con mitraglie che sparano mille colpi al minuto e, in tutti, c'è il timore che qualcuno, tra i tanti che inneggiano al raìs, sia l'uomo bomba pronti a farsi saltare tra i formaggini svizzeri e le spremute di arancia in bustina.

Il circo dei mass media non si fa sfuggire l'occasione, si sentono mille click dei fotografi e le telecamere macinano chilogrammi di pellicola. Jamal, un personaggio misterioso, con il volto semicoperto da uno scialle bianco, che non manca mai a Safwan quando arrivano gli ospiti si avvicina e con lo sguardo teso sussurra: "Noi non abbiamo bisogno di niente, abbiamo cibo per sopravvivere e con quei camion sono arrivate le spie americane". Non sa e non vuol sapere che i biscottini sono più insidiosi e bellicosi delle bombe e, quando i camion saranno diventati mille e più, comincerà la "nuova era" dell'Iraq dove, per gli uomini del partito come lui non ci sarà più posto, ma le ferite della guerra e quelle antiche della dittatura non saranno rimarginate.

Così, per guardare oltre i fumi della battaglia, per capire cosa sorgerà sulle rovine del regime di Saddam val la pena di andare fino a Umm Qasr, l'unico porto dell'Iraq sul Golfo. Da Safwan si percorrono poco più di venti chilometri che si attraversano quasi tutti sotto il tiro dei parà britannici e dei marines appostati a pancia in giù sul ciglio della strada. Ai posti di blocco perquisiscono le auto e guardano i motori dove, temono, possa essere nascosta una bomba. L'autostrada pare sotto il controllo degli inglesi cui è affidata la vigilanza di un'arteria strategica che collega le grandi vie di comunicazione che arrivano dal nord e finiscono nel porto, un tempo terminale per i carichi delle agenzie dell'Onu. L'atmosfera, come negli altri villaggi, è surreale. Le pattuglie inglesi percorrono veloci le strade semideserte a bordo di "ruolottes" cingolate, piccoli carri armati "doppi" collegati tra loro da un gancio. Sui cassoni gruppi di sei o sette parà, schiacciati dagli elmetti, sporgono minacciosamente i fucili-mitragliatori contro il nulla apparente. Non appena ci si ferma sbuca una folla vociante che ripete le lamentale già sentite altrove. "Telefonate a Bush e Blair - dice un uomo a capo di una piccola delegazione dei 10.000 abitanti del luogo - qui non c'è più nulla da mangiare e manca l'acqua, questo ci ha portato la guerra".

Col calar delle tenebre iniziano le salve di bengala che rischiarano il cielo, ogni dieci minuti si sente il rumore di un cannonata in lontananza. Bassora è distante cinquanta chilometri, da li arrivano notizie di nuovi combattimenti, di ribellioni sedate con il sangue dalle milizie del partito che ancora controllano la città. Si combatte a Najaf, con Kerbala città santa dell'Islam sciita, dove hanno trovato la morte centinaia di iracheni. Gli americani si sono fermati a nord di Nassiriya, e dalle retrovia aspettano rinforzi e vettovagliamento. Lungo la strada abbiamo abbiamo visto la grande macchina della logistica americana al lavoro. Centinaia di camion con container e mezzi pesanti sul cassone percorrono in queste ore la strada per il nord. Migliaia di soldati americani e inglesi sono in marcia verso la linea del fronte. Qui a Umm Qasr, dopo tre giorni di furiosi combattimenti, gli anglo-americani hanno preso il controllo del porto nuovo e di quello vecchio dove tra i le macerie della battaglia vediamo acquartierati i royal marines. Oggi arriverà la prima nave "umanitaria". Il capitano Roger, che incontriamo al municipio del villaggio ne parla con grande orgoglio: "Porterà cibo e medicine" - dice soddisfatto. Ma occorre smettere di pensare ad un futuro incerto che sarà costruito sui lutti e le rovine della guerra e prepararsi per una notte che sarà scandita dalla cannonate e illuminata dai traccianti.