Ecuador: la lotta dei popoli indigeni contro le multinazionali del petrolio

A cura di Cristiano Morsolin* per Information Guerrilla

Inviato da Carmelo


*Cristiano Morsolin, giornalista militante, educatore di strada, operatore di reti internazionali. Ha lavorato in Ecuador, Brasile, Perù. Fondatore dell'Osservatorio Indipendente sull'area andina SELVAS (
www.selvas.org ).

8.05.2003 - Continua la mobilitazione dei popoli indigeni per mantenere viva l'attenzione sulla denuncia lanciata contro la multinazionale TEXACO per i danni ecologici provocati in Amazzonia in 20 anni di sfruttamento petrolifero. Ieri a Quito durante una conferenza stampa Aurora Donoso di "ACCION ECOLOGICA", storica ONG ecuatoriana tra le più attive a livello internazionale nella militanza socio-ecologista (coordina la rete mondiale di resistenza alle attività petrolifere nei paesi tropicali OILWATCH), ha lanciato la campagna di boicottaggio nei confronti della compagnia statunitense. Se la gente smettesse di comprare i prodotti e gli additivi che produce la compagnia Chevron-Texaco, in questo modo appoggerebbe il processo che sta realizzando la Corte di Nueva Loja.

"Non vogliamo que questa multinazionale rimanga impunita" ha osservato Aurora Danoso che si è soffermata sui danni alla salute e all'ambiente che soffrono i popoli indigeni dell'Amazonia, appartenenti alle comunità Kickwa, Siona, Secoya, Cofán e Huaorani. Queste comunità accusano la Chevron-Texaco di aver versato nei fiumi e nelle terre della regione circa 16,27 milioni di litri di acqua inquinata. Inoltre i popoli indigeni accusano la multinazionale di aver invaso 2,5 milioni di ettari di bosco, sia per le installazioni nei campi petroliferi e sia per aprire il cammino del tracciato dell'oleodotto. La militante ecologista ha documentato, attraverso investigazioni mediche, che lo sfruttamento petrolifero nell'area amazzonica ha determinato un aumento di 30 volte del rischio di contrarre il cancro da parte degli abitanti della regione. Questo fenomeno avrebbe provocato che la popolazione indigena "cofanes" si riduca da 15.000 persone nel 1971 a meno di 300 attualmente; "questo è quello che dobbiamo combattere come ecuatoriani" ha affermato Aurora Donoso, accusando la multinazionale di essere responsabile dell'accelerazione del processo di estinzione dei popoli indigeni come i "tetetes" e "sansahuari".

Giungono importanti novità anche dal conflitto tra gli indigeni di Sarayaku (Pastaza) e la Compagnia Generale di Combustibili CGC che portò alla sospensione dei lavori di sfruttamento petrolifero nel blocco 23 dell'Amazzonia. Il 5 maggio scorso la Commissione Interamericana dei Diritti Umani CIDH ha reso ufficiale la decisione di sollecitare lo Stato Ecuadoriano per garantire la vita e la sicurezza degli abitanti di questa comunità. Dispone che il governo di Gustavo Gutierrez dovrà "adottare le misure che considera necessarie per assicurare la vita e l'integrità fisica, psichica e morale dei membri della comunità indigena Sarayaku () che è stata oggetto di minacce da parte dell'Esercito e di civili non appartenenti alla comunità". CIDH ha anche disposto di investigare sui fatti accorsi il 26 gennaio 2003 nel campo di pace e vita "Tiutihualli" per giudicare e sanzionare i responsabili. Quel giorno alcuni membri della comunità di Sarayaku arrivarono nell'accampamento della Compagnia Generale di Combustibili CGC, nel blocco 23 e chiesero di abbandonare la loro terra; in seguito si usò la forza. Poi l'azione militare terminò con la detenzione di quattro leader indigeni: Elvis Gualinga, Marcelo Gualinga, Fabián Grefa e Reinaldo Gualinga. In base alle testimonianze "i militari puntarono i fucili e legarono gli indigeni unendo piedi e mani". Poi iniziarono l'interrogatorio. A tutto ciò si sommano vari episodi denunciati dai dirigenti di Sarayaku Franco Viteri e Josè Gualinga, che hanno ricevuto chiamate telefoniche con minacce di morte. Il Presidente della Repubblica Gustavo Gutierrez (alleato del braccio politico della Confederazione delle Nazionalità Indigene dell'Ecuador CONAIE pur con una certa distanza motivata dal timore di accettare le politiche neoliberiste imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, che aggraverebbero la povertà e la miseria, già fin troppo diffusa nel paese andino) ha dichiarato che la questione della comunità di Sarayaku è legata all'incompimento dei governi anteriori; si è già incontrato in tre occasioni con i dirigenti indigeni di Sarayaku. Il Centro dei Diritti Economici e Sociali CDES e il Centro per la Giustizia e il Diritto Internazionale CEJIL, in qualità di rappresentanti legali di Sarayaku, hanno annunciato che eserciteranno pressioni sul Governo ecuatoriano per il compimento delle risoluzioni internazionali. Inoltre CIDH ha chiesto di implementare misure cautelative consultando direttamente la comunità di Sarayaku, di fronte al sistema interamericano, otorgando un tempo di sei mesi. Josè Serrano, avvocato del Centro dei Diritti Economici e Sociali CDES ha commentato che "questa importante risoluzione rappresenta un mandato legale imperativo che obbliga lo Stato a intervenire direttamente per la protezione dei leaders indigeni e a prendere misure immediate che proteggano le relazioni ambientali e culturali".

Anche il Coordinamento delle Organizzazioni Indigene della Conca Amazzonica COICA (che raggruppa ben 9 stati latinoamericani) in una nota diffusa ieri esprime la propria soddisfazione per l'intervento della Commissione Interamericana dei Diritti Umani CIDH. In particolare "ricorda al governo che le comunità hanno il diritto costituzionale ad essere consultate quando si realizzano progetti che li coinvolgono direttamente. Questo e altri casi dimostrano ciò che succede quando non viene ascoltato il clamore dei popoli. COICA spera que che questo caso serva da precedente per non attuare in modo inconsulto, specialmente in riferimento alle attività estrattive nei territori dei popoli indigeni. COICA esprime particolare apprezzamento alla comunità di Sarayaku e invita le organizzazioni indigene di tutta la conca amazzonica a seguire questo esempio che dimostra che vale la pena lottare per difendere la vita dei popoli indigeni perché i poteri che ci minacciano non sono invincibili".

L'opposizione alle politiche petrolifere e neoliberali delle multinazionali è un nodo nevralgico anche per il movimento no-global. In Italia si è sviluppata la campagna nazionale di pressione contro l'Oleodotto OCP, finanziato dalla Banca Nazionale del Lavoro BNL.

Il presidente Abete della BNL si è impegnato pubblicamente ad attivarsi per il monitoraggio delle operazioni dell'Ocp, a favorire la definizione di standard ambientali e sociali per le operazioni di project financing da stabilire nell'ambito dell'ABI e ad assumere principi di regolamentazione etica negli investimenti del Gruppo BNL a forte impatto socioambientale.

Questo è quanto emerso il 29 aprile scorso nel corso dell'incontro per l'assemblea annuale degli azionisti BNL, in risposta alla campagna di mobilitazione attivata dalle più importanti associazioni ambientaliste e ONG italiane e dalle organizzazioni sindacali della banca stessa contro la partecipazione al progetto di costruzione dell'Oleoducto de Crudos Pesados (Ocp) in Ecuador. Abete muove così i primi passi per scongiurare il ripetersi di finanziamenti della banca a progetti, nel sud del mondo, dai gravi impatti socioambientali.

Ad un anno dalla prima mobilitazione della Campagna contro l'Ocp nei confronti della BNL, in occasione dell'assemblea azionisti scorsa, e dopo varie lettere di protesta ed azioni di sensibilizzazione dei cittadini anche di fronte alle filiali della banca, il presidente Abete ha accettato il dialogo con le organizzazioni no-profit ammettendo che l'Ocp è un progetto critico.

"Apprezziamo la disponibilità e gli impegni assunti dalla BNL - afferma Riccardo Liburdi di ATTAC a nome delle associazioni della Campagna Ocp, durante l'intervento in assemblea - ma alla luce delle criticità del progetto, è necessario che il monitoraggio sulle operazioni future dell'oleodotto sia garantito da strutture indipendenti ed autonome". "Anche sotto il profilo economico l'investimento si è rivelato negativo - continua Liburdi - come testimonia il declassamento del rating Ocp da parte di Moody's. Al contrario l'applicazione di standard socio-ambientali potrebbero rappresentare un valore aggiunto".

"La dichiarazione e gli impegni di Abete costituiscono sicuramente un risultato positivo - afferma Marco Scinto di Legambiente - perché, a partire dal caso OCP, si sta avviando un percorso di coinvolgimento di tutte le banche italiane. L'importante è che i tempi ed il modello di confronto siano definiti rapidamente".

La campagna nazionale contro OCP-BNL in Italia è promossa da AMICI DELLA TERRA, ATTAC, CAMPAGNA PER LA RIFORMA DELLA BANCA MONDIALE, CARTA, CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO, CRIC-CENTRO REGIONALE D'INTERVENTO PER LA COOPERAZIONE, DEA-DONNE & AMBIENTE, GREENPEACE, LEGAMBIENTE, TERRA NUOVA

Per approfondimenti:
OILWATCH - Rete di resistenza alle attività petrolifere nei paesi tropicali:
www.oilwatch.org.ec
COICA - Coordinamento Organizzazioni Indigene Conca Amazzonica:
www.coica.org
CDES - Centro de Derechos Económicos y Sociales: www.cdes.org.ec

*Cristiano Morsolin, giornalista militante, educatore di strada, operatore di reti internazionali. Ha lavorato in Ecuador, Brasile, Perù. Fondatore dell'Osservatorio Indipendente sull'area andina SELVAS ( www.selvas.org ).