Nella base dei missili proibiti - così l'Iraq risponde a Powell

dal nostro inviato PIETRO VERONESE

AL RAFAH (Iraq) - Il posto è questo. La struttura di cemento armato e tubi metallici, l'impalcatura che si eleva per pochi metri dal terreno e alla quale si accede da un breve scalinata, i corrimano e i parapetti di ferro, il solco lungo e profondo scavato nel suolo e rivestito di cemento, simile a quelle fosse che servono nelle officine a lavorare sulla parte inferiore delle auto, solo di proporzioni molto maggiori. Il tutto ricoperto da una alta tettoia di lamiera ancora incompleta.

Il posto è precisamente questo, anche se secondo gli americani è lungo 42 metri e secondo gli iracheni soltanto 35. E' il banco di prova per propulsori di missili che un satellite-spia ha fotografato da molte decine di chilometri di altezza e la cui immagine sgranata Colin Powell ha sventolato sotto il naso del mondo per dimostrare l'esistenza dei programmi segreti di riarmo iracheno.

Poche decine di metri più in là, ripreso anche quello dal satellite, c'è un banco di prova più piccolo. Un banco di prova grande serve per un motore grande, ha argomentato tre giorni fa il segretario di Stato davanti al Consiglio di sicurezza dell'Onu, in diretta televisiva mondiale. Più esattamente, un propulsore per missili proibiti, di gittata superiore ai 150 chilometri consentiti all'Iraq. La prova che Saddam mente, che l'Iraq riarma in segreto e viola la volontà della comunità internazionale. La prova che la guerra è l'unico mezzo per fermarlo. Ma le cose non stanno propriamente così. Di quella foto, che ha dato a tutti l'impressione di un segreto carpito e rivelato non c'era nessunissimo bisogno.

Perché l'impianto di Al Rafah, perduto in un nulla di polvere e terra a una settantina di chilometri da Bagdad, è un luogo arcinoto agli ispettori delle Nazioni Unite. Tra i primi ad essere visitati non appena le ispezioni ripresero nel novembre scorso. Il giorno 27, per l'esattezza: molti giornalisti se ne ricordano, perché trattandosi di una delle missioni iniziali, la squadra di ispettori aveva al seguito un codazzo di telecamere e reporter.

Gli uomini dell'Unmovic sono tornati molte volte nelle settimane successive; l'ultima il 4 febbraio 2002, cioè il giorno prima che Powell parlasse all'Onu. Hanno visto il banco di prova a più riprese, hanno assistito a test di motori (il 12 gennaio, sul banco piccolo però, perché quello maggiore non funziona ancora); hanno i piani di costruzione dell'impianto, le specifiche, le planimetrie, le foto, i tabulati dei test effettuati. Insomma quasi tutto. ("Hanno guardato nei cassetti, uno per uno", dicono gli iracheni). La misteriosa e segreta struttura di Al Rafah non è né segreta né misteriosa. Questo non vuol dire che tutto sia in regola. I responsabili iracheni dell'impianto affermano che gli ispettori non ci hanno trovato nulla da ridire, che per loro è tutto regolare, ma non è detto che sia così.

Interrogato in proposito, il portavoce dell'Unmovic non conferma né smentisce: "Chiedete al nostro capo Hans Blix quando sarà qui sabato e domenica", risponde, non potendo rivelare nulla dei risultati delle ispezioni. E' possibile che la rampa grande abbia insospettito i tecnici Onu venuti a visitarla. E' possibile che le sue dimensioni la rendano adatta non solo ai propulsori dei missili Al Samoud, quelli da 150 chilometri, ma anche a testare vettori più potenti.

E' però certo che il luogo è noto, sottoposto fin dall'inizio al regime dei controlli internazionali, tenuto d'occhio dagli uomini incaricati di farlo dalle Nazioni Unite. Era stato così anche negli anni '90, al tempo dei precedenti ispettori, e del resto l'impianto fu bombardato durante i raid ordinati da Clinton, per la precisione il 27 dicembre del 1998.

Ma la rampa grande prima non c'era. E' una struttura nuova. "Speravamo di metterla in attività per la metà del 2003", dichiara il direttore dell'impianto, l'ingegner Ali Jassim, un civile che però veste l'uniforme. "Ma siamo in ritardo, abbiamo difficoltà a procurarci molte parti a causa delle sanzioni internazionali". Finora funziona soltanto quella vecchia, la piccola, il cui pozzo di cemento è infatti annerito dalle fiammate di decine di test compiuti, mentre l'altra è ancora immacolata.

Scusi ingegnere, ma che bisogno c'era di questo banco di prova così grande? Non bastava quello che avevate già? "E' un motivo di sicurezza. Su quella piccola i propulsori vengono montati in verticale, sulla nuova in orizzontale. La tecnologia è la stessa, ma i test compiuti in orizzontale sono molto più sicuri, perché il motore si trova all'interno dell'incasso di cemento e non sopra: se qualcosa va storto o c'è un'esplosione il personale che si trova nei paraggi è più protetto. Inoltre con la rampa orizzontale possiamo seguire il test a distanza, dalla sala di controllo".

Fin qui la spiegazione irachena. Non è detto che sia veritiera e non è certo la masnada di giornalisti che ieri mattina si aggirava per l'impianto a poter fornire la risposta. Per noi questo è soltanto un esempio: della difficoltà dei controlli sul disarmo, della possibilità del cosiddetto dual use, il doppio impiego di una struttura che potrebbe anche prestarsi, segretamente, a fini proibiti.

Ma tale è il lavoro degli ispettori: lungo, sistematico, noioso, spesso perso in meandri tecnici da far perdere la testa al profano, in cerca di un bandolo, di una spiegazione razionale ad un numero, una cifra che non torna, un dato che non collima, una specifica che non convince.

Da questo punto di vista gli iracheni hanno buon gioco a sostenere che la requisitoria di Powell al Consiglio di sicurezza non aveva soltanto lo scopo di convincere della necessità della guerra. Ne aveva anche un altro, secondario e più recondito: delegittimare l'operato delle Nazioni Unite e dei suoi ispettori in Iraq.

Fonte: Islamsunnita.