"Un duro colpo anche per la ricerca"
Il fisiologo sassarese Proto Pippia ha lavorato per mesi in Florida
Insieme alla navetta sono andati in fumo i risultati degli ultimi esperimenti voluti dall'ateneo turritano


SASSARI. Il professor Proto Pippia, dalla sua casa sassarese, segue sulla rete televisiva americana Cnn la sorte degli astronauti dello Shuttle. Il fisiologo della università di Sassari è appena tornato dallo Space Kennedy Center. Nella base spaziale della Florida, Pippia con alcuni collaboratori dell'ateneo sassarese, era andato per seguire alcuni esperimenti di fisiologia gravitazionale. "Purtroppo - dice Pippia - anche i nostri esperimenti sono andati in fumo".
Oltre alla apprensione e al dolore per la sorte degli astronauti, il professor Pippia è fortemente preoccupato per il futuro degli esperimenti di biologia spaziale e fisiologia gravitazionale.
"Dopo il disastro del Challenger del 1986 - dice il ricercatore - l'attività spaziale si è fermata per un bel po' di tempo. Questo significa che passerà qualche anno, forse, prima di mettere a punto una navicella spaziale super sicura che ci consenta di riprendere gli esperimenti con regolarità. Si pensi che a bordo della stazione spaziale ci sono attualmente tre astronauti ai quali, credo, verrà dato il cambio con le navicelle spaziali russe. In queste condizioni, dunque, a risentirne saranno, saremo, soprattutto noi ricercatori europei".
- Senta professor Pippia, qual era il clima che si respirava nello Space Kennedy Center alla vigilia della partenza del Columbia Shuttle?
"Un clima di forte tensione. Il motivo, ci spiegavano i nostri interlocutori americani, era da ricercare nello shock subito dal paese dal crollo delle Torri Gemelle. I sistemi di controllo e di sicurezza erano, soprattutto intorno alla base spaziale, assolutamente eccezionali. Anche perchè dell'equipaggio del Columbia Shuttle faceva parte, come sapete, anche un astronauta israeliano. La paura di attentati o il timore che la navicella spaziale potesse subire attentati da parte dei terroristi islamici hanno fortemente condizionato il clima nell'ex Cape Canaveral".
- Un clima diverso, dunque, da quello che lei ha respirato in passato in quella base...
"Assolutamente diverso. Soprattutto se penso a quando, circa otto anni fa, sono stato dentro lo Space Kennedy Center per circa un mese e mezzo. E' nei laboratori all'interno della base che, allora, ho preparato gli esperimenti da imbarcare sullo Shuttle. E la stessa navicella spaziale potevo vederla tutti i giorni anche se a una distanza di 400-500 metri. Stavolta, invece, sia a me che agli altri ricercatori impegnati nell'esperimento, ci è stato impedito di entrare al Kennedy Space Center sino a tre ore prima del lancio. Non aveva però maggiore libertà di movimento il nostro capo èquipe, una ricercatrice con un passato alla Nasa in qualità di astronauta. Tanto che abbiamo dovuto lavorare a Melbourne, un paesino vicino alla base spaziale. Non parliamo, poi, della cintura di sicurezza attorno al gruppo israeliano. L'albergo che li accoglieva, l'Hilton, era costantemente protetto sia dal mare, con due motovedette, che da terra con molti poliziotti alcuni dei quali a cavallo".
- Come potrà proseguire la ricerca nel campo della biologia spaziale?
"Anche se in condizioni di maggiore difficoltà, la ricerca proseguirà, ma prevalentemente in laboratorio. Nella speranza che presto possano riprendere i lanci".
http://www.lanuovasardegna.quotidianiespresso.it/lanuovasardegna/arch_02/sardegna/fatto/sf301.htm