Non c'è dubbio: è il "fast food" della notizia

Inviato da Carmelo

" Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai due aspetti dello stesso problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno. Fa' che dimentichi che esiste una cosa come la guerra. Se il governo è inefficiente, appesantito dalla burocrazia ed in preda a delirio fiscale, meglio tutto questo che non il fatto che il popolo abbia da lamentarsi. Pace, Montag. Offri al popolo gare che si possano vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il nome delle capitali dei vari Stati dell'Unione o la quantità di grano che lo Iowa ha prodotto l'anno passato. Riempi loro il cranio di dati non combustibili, imbottiscili di fatti al punto che non si potranno neanche più muovere tanto sono pieni, ma sicuri di essere veramente ben informati. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch'è meglio restino dove si trovano".

(Ray Bradbury, Fahrenheit 451)

Per fornire notizie 24 ore su 24 i media non solo dipendono in modo sempre più pervasivo dalle fonti ma hanno anche sempre maggiore necessità di accesso a contenuti pre-confezionati. È il "fast food" della notizia: ciascuna informazione è incartata nel suo pacchettino sterile, svincolata dal proprio contesto di riferimento e svincolata dall'ecosistema delle altre informazioni. Il pubblico è perlopiù inconsapevole di quei giochi di sottili equilibri che regolano la selezione e la gerarchizzazione delle informazioni, per i quali alcuni eventi diventano "notizie" e altri no e in base ai quali si decide della durata di vita delle notizie stesse.

Il modello "grande magazzino dell'informazione" però esclude ormai anche gli stessi produttori dal processo di produzione: ci sono i "fornitori" (le fonti governative, gli addetti alle public relations, le "Press Pools" del Pentagono) e ci sono i "distributori" (le grandi corporation dei media). La metafora del Mc Donalds calza perfettamente al sistema dell'informazione, perché la base di partenza è proprio quella di standardizzare il prodotto, per aumentarne la produzione, diminuirne i costi e massimizzarne la redditività. Questo fenomeno si è intensificato con la progressiva concentrazione dei media in mega-conglomerati multimediali sono 10 le corporation che controllano l'industria della comunicazione: AOL-time Warner, General Electric, ViacomInc., Disney, Liberty Media, AT&T., Bertelsman; Vivendi Universal, Sony e Fox; all'interno di questo esiguo gruppo troneggia quella che McChesney (Rich Media Poor Democray, 1999) ha chiamato la "santa trinità dei media globali": DISNEY, TIME-WARNER e FOX (che in realtà si chiama News Corporation).

Un esempio:

AOL-Time Warner (36,2 bilioni di $ di rendite)

64 riviste (tra cui "Time", "Life" e "People")

la casa di produzione e distribuzione cinematografica "Warner Bros" (inclsa la contigua produzione di homevideo)

più di 40 "etichette" muscali, con annesso packaging e distribuzione

3 case editrici più altre quote

la "CNN", "Cartoon Network", "TNT" e consistenti quote di altri network

è il secondo fornitore USA di TV via cavo

produzione televisiva con una "libreria" di 6.500 film, 32.000 show e 13.500 cartoni animati (tra cui i diritti sui i personaggi di Hanna e Barbera)

Parchi a tema

Il servizio internet "America On Line" e le quote di molti siti

5 club sportivi

(* i dati sulle corporation sono disponibili sul sito: www.whatliberalmedia.com)

 

L'idea di media sempre più ricchi e potenti dovrebbe far supporre un crescente grado di indipendenza produttiva, in realtà (a parte i macroscopici conflitti d'interessi e gli enormi interessi politico economici) esiste anche un meccanismo in stile Nike: la delegazione logistica. Inoltre in questo ciclopico meccanismo il giornalismo occupa una nicchia sempre più piccola. Scrive Fabrizio Tonello: "La macchina dell'informazione funziona già oggi prevalentemente grazie a schermi di computer sui quali una massa anonima di tecnici fa apparire grafici numeri e tabelle, che sostituiscono le analisi e i commenti di redattori scomparsi dalla scena. Su un altro schermo, più grande, sfilano intrattenitori che talvolta si presentano come giornalisti, in un flusso continuo di soap opera, avvenimenti sportivi, previsioni del tempo e passaggi pubblicitari. Questo diluvio di messaggi viene fornito da enormi corporation che producono contemporaneamente telefoni, televisori e telenovelas. Frigoriferi, giornali quotidiani, cd, libri, videocassette e servizi telefonici rispondono allo stesso consiglio d'amministrazione" (La nuova macchina dell'informazione, Feltrinelli, 2000).

I canali tv trasmettono i cartoni che le majors della stessa proprietà producono e pubblicizzano il merchandising di quei cartoni, che spesso (per tornare al fast food) sono il premio degli happy meal di McDonalds. La sinergia è perfetta.

Il gigantismo è per natura monolitico quindi in fin dei conti un telegiornale non segue dinamiche produttive molto diverse da quelle del Grande Fratello.

Si compra il format per un talk show (si consiglia di vedere il film indipendente di Gorge Clooney "Confessioni di una mente pericolosa") e si compra il "format" conferenza stampa creato dai PR per l'informazione.

Il cattivo giornalismo è una conseguenza di un mercato privo di vincoli, dove i monopolisti della comunicazione sono liberi di utilizzare lo spazio democratico (la funzione di servizio pubblico) dei canali di informazione come proprietà privata. L'Economist fa un esempio su due copie del Time di Londra prima e dopo l'éra Murdoch (1998): la prima edizione conteneva 19 colonne di notizie dall'estero, 8 di notizie nazionali e 3 sulla pesca del salmone; la seconda copia considerata aveva un'unica notiziola internazionale in prima pagina (una storia sulla nuova fidanzata Leonardo di Caprio). Scrive l'Economist (non certo un baluardo dello stalinismo): "In questa età dell'informazione, i quotidiani che un tempo erano pieni di politica ed economia sono ingrassati con le vicende di stelle del cinema e sport".

La conclusione della storia ormai la conosciamo: siamo sempre più massicciamente informati e sempre meno/peggio informati. La bulimia da notizie è tale che i media hanno bisogno di ingozzarci in continuazione e per semplificare si creano notizie là dove notizie non ci sono, notizia diventa la conferenza stampa di Bush, la dichiarazione di Rumsfeld, la battuta di Berlusconi... queste possono essere al più "veline" da palazzo, ma non sono di per sé INFORMAZIONE. Questa situazione è particolarmente vera in tempi di crisi, quando il pubblico manifesta una fame atavica di novità dal fronte, così devono proliferare le false notizie, gli scoop e le smentite, politici e generali che dichiarano e ritrattano, che affermano e negano... Mentre noi fagocitiamo ogni cosa, oppure no?

"È la stampa bellezza!"

Anna Marchi

 

* L'impero Mudoch: Rupert Murdoch controlla 175 quotidiani nel mondo, il 40% del mercato della stampa britannica, posside canali satellitari per tutto il pianeta e uno studio di produzione ad Hollywood (la Fox appunto), tv via etere e via cavo (Fox News e MSNBC) e una casa editrice (la lista è condannata ad essere incompleta).