Un po' confuso il "Solaris" di Steven Soderbergh
Nel silenzio dell'eternità
Clooney a zonzo nello spazio in cerca di se stesso

SOLARIS di Steven Soderbergh - Interpreti: George Clooney, Natasha McElhone, Jeremy Davies, - Fantascienza - USA, 2003

Di M. Campaniolo


Sospesa nel silenzio ovattato dello spazio siderale, l'astronave che conduce lo scienziato Chris Kelvin sul pianeta Solaris è proiettata nell'universo da una irresistibile forza centrifuga, contraria a quella che lo spinge nei recessi più riposti della sua psiche. Lo spazio esplorato si è rivelato infatti un campo di forze intelligenti che stimolano in lui ricordi rimossi, facendo riaffiorare un passato carico di dolore e affetti, che invano egli ha cercato di soffocare. È questo il tema affascinante dell'omonimo romanzo di Stanislaw Lem da cui trent'anni fa circa Andrej Tarkowski ricavò il suo enigmatico capolavoro e al quale ha attinto ora l'americano Steven Soderbergh per questa sua nuova versione: ammirevole in primo luogo per la spregiudicatezza con cui taglia corto su un dilemma che si ripropone per ogni film ricavato da opere letterarie o per ogni remake. Diremo perciò che questo Solaris non ha (intelligentemente) nulla da spartire con ambedue i suoi referenti, letterario e cinematografico, è un film autonomo, più vicino a certe tematiche esistenzialiste - l'ineluttabilità del destino - che a quelle canoniche legate alla fantascienza, cui pure inevitabilmente rimanda.
Il protagonista è dolorosamente oppresso dal ricordo del suicidio della moglie amata e afflitto dal dolore per la recente morte dell'amico dal quale era stato sollecitato alla missione spaziale cui si era accinto per indagare intorno a fatti inspiegabili avvenuti sul pianeta Solaris e ritrovarsi poi - una volta entrato nel campo magnetico del pianeta "intelligente" - in un mondo di ricordi, da quello evocato non meno che dal suo struggente desiderio di rivivere l'amore per la moglie suicida. La memoria si concretizza in visioni allucinate affiorate dal suo vissuto, con l'immagine della moglie, fantasma invitante e nel contempo sfuggente, che lo induce a ripercorrere il passato.
Circoscritto nello spazio relativamente angusto dell'astronave, con la compagnia di altri due astronauti che ben poco aiuto sembrano potergli dare, Kelvin è irrimediabilmente solo, visitato dai suoi fantasmi, fantasma infine egli stesso. La realtà è forse un sogno nel quale crediamo di muoverci con una autonomia costantemente smentita da forze più grandi che ci sovrastano. Il suo amore appassionato per la moglie scomparsa è il motivo conduttore del film, che si accampa sempre più fino a vanificare quello cui la forse ingannevole etichetta di fantascienza applicata alla sua storia dovrebbe ricondurci e suggerisce i momenti più carichi di pathos di Solaris. Soderbergh elude però la trappola dell'enfasi, del lirismo: il suo film si risolve in definitiva in un "dialogo" a due, deliberatamente severo nel non concedere nulla allo spettatore (a meno che non si voglia ritenere una concessione il nudo in penombra del protagonista), sfidando il rischio, non sempre aggirato, di una certa freddezza, stranamente contrastante perciò con il suo leit motiv. Forse anche perché George Clooney e Natasha McElhone, pur bravi, lasciano solo di tanto in tanto trasparire il loro dramma nascosto.