L'incidente al decollo dello Shuttle

"Un pezzo si era staccato"

Il "Columbia" aveva perso alcune piastrelle dello scudo termico

Guidoni: "Il calore potrebbe aver fatto impazzire i computer"

ROMA - Il 16 gennaio, durante il decollo, un pezzo del Columbia s'era staccato della fusoliera e aveva colpito l'ala sinistra. Ieri mattina il centro di controllo di Huston aveva rilevato problemi ai sensori posti su quell'ala. Forse non così gravi da provocare il disastro, ma l'incidente può esser tra le cause che hanno portato lo Shuttle a disintegrarsi. "C'eravamo accorti del problema, ma, dopo verifiche, era stato giudicato "accettabile"; adesso non sappiamo se quella è la nostra "pistola fumante" o no", ha affermato ieri sera Ron Dittemore, direttore di volo della missione. Il pezzo staccatosi aveva forse colpito alcune delle "piastrelle", i 32.000 scudi di ceramica speciale che proteggono lo Shuttle dalle elevatissime temperature che si sviluppano al rientro nell'atmosfera e che, al momento, restano tra le principali imputate della tragedia. L'ipotesi dell'attentato, difatti, è categoricamente esclusa dagli esperti. L'altitudine a cui si trovava il Columbia quando s'è disintegrato è impossibile da raggiungere per un missile.

La causa più probabile del disastro è quindi la perdita di controllo al momento dell'impatto con l'atmosfera, un momento estremamente delicato perché la navicella deve mantenere un angolo d'ingresso molto preciso, di circa 40 gradi rispetto all'orizzonte, con il "naso" rivolto verso l'alto in modo che l'impatto avvenga con la parte più robusta: le piastrelle nere che si trovano sul ventre dello Shuttle.

Se il Columbia non ce l'ha fatta è stato perché ha sbagliato l'angolo, sbattendo contro l'atmosfera e quindi disintegrandosi in almeno tre pezzi. E la ragione più probabile di questo sbaglio è un improvviso cedimento delle piastrelle, danneggiate o mancanti sin dal decollo. "La navetta aveva avuto problemi in partenza", ricorda ancora il presidente dell'Agenzia spaziale italiana, Sergio Vetrella.

Il distacco di qualche piastrella, in realtà, era avvenuto già altre volte senza provocare conseguenze, ma gli astronauti a bordo del Columbia non avevano modo di verificare se la perdita fosse stata più cospicua del solito, tale da ridurre in modo significativo la protezione offerta da un rivestimento che, in condizioni normali, restituisce all'atmosfera fino al 90 % del calore.

Mancando una parte dello scudo termico, spiega Umberto Guidoni, "la cabina si surriscalda, i computer saltano e quindi salta anche la possibilità di controllare la precisione dell'angolo". Il calore non arriva a distruggere l'abitacolo, ma fa impazzire le macchine a cui il pilota s'affida. "Il pilota interviene se vede divergere un certo parametro di oltre 4 gradi. Allora deve prendere i comandi, perché significa che i computer non stanno lavorando come dovrebbero. Ma potrebbe non aver avuto il tempo di farlo".

Da quando s'è cominciato a manifestare il problema a quando lo Shuttle s'è spezzato non è passato molto: qualche decina di secondi - dice Guidoni - forse neanche il tempo perché l'equipaggio riuscisse a capire che cosa non andava. Nell'ambito d'una missione Shuttle, il rientro nell'atmosfera rappresenta la fase più delicata e pericolosa dopo il decollo. "Il rientro lo ricordo come la fase più impegnativa sia per l'astronauta che per la macchina", dice l'astronauta Roberto Vittori, che s'è addestrato come pilota sia dello Shuttle che della navicella russa Soyuz.

E Guidoni (che durante la fase di rientro del suo ultimo volo era nella cabina di pilotaggio, filmando l'ingresso nell'atmosfera), sottolinea che "quella fase significa il ritorno della gravità. Le cose ricominciano a cadere, si sente tornare il proprio peso, è un passaggio chiarissimo per l'equipaggio. Si sente la struttura che vibra un po', come capita in aereo durante una turbolenza". "Ma - ricorda Guidoni - quando cominci la manovra di rientro non pensi che andrai a impattare. Pensi che torni a casa, e riabbracci la famiglia".