Parla il capo dei curdi iracheni in esclusiva per il Corriere

Barzani a turchi e Usa: non siamo un giocattolo

Dopo la caduta di Saddam Hussein sogna un Iraq democratico e federale. Ma teme un attacco con in gas. E i curdi sono in fuga

SALAHUDDIN (Kurdistan iracheno) - Sono almeno cento anni che gli uomini della sua famiglia aspettano un momento come questo. Il bisnonno, il nonno e un prozio di Massud Barzani sono stati impiccati dagli Ottomani. Colpevoli di indipendentismo e ribellione. "I maschi nascono per essere uccisi in battaglia" dice un proverbio curdo. Suo padre, Mullah Mustafà, è morto di vecchiaia, ma in esilio. Era il simbolo stesso del sogno curdo di avere una patria. Massud Barzani gli somiglia. Dal padre ha ereditato il potere, l'aspetto pacioso e il destino. Nel 1988 Saddam Hussein ha tentato di sradicare la minaccia Barzani sterminando 8 mila membri del clan. Il capo della tribù è riuscito a fuggire e oggi, Massud Barzani, 57 anni, è pronto ad assistere alla fine del raìs di Bagdad. E all'inizio di un'epoca migliore per i curdi.

IRAQ FEDERALE - "Questo è il momento", dice Massud Barzani in un'intervista esclusiva al Corriere, nel suo palazzo e quartier generale luccicante di marmi e ottoni in cima alla montagna che domina la "capitale" Arbil. Che cosa si aspetta dai bombardamenti americani? "La nascita di un Iraq federale, democratico e prospero". Cos'è? Il tradimento della sua storia familiare? Rinuncia all'indipendenza? "Nessun curdo rinuncerà mai al legittimo e umano sogno di avere una patria. Ma c'è una differenza tra ciò che desideri e ciò che sei in grado di realizzare. Nel contesto attuale la vita e l'esperienza ci spingono a considerare il federalismo un obbiettivo realistico e possibile". L'immediato futuro è fatto di bombe Usa sui soldati che stanno davanti alle vostre trincee. Come si sta preparando? "Non credo che i governativi iracheni avranno il tempo e la voglia di attaccarci. Da parte nostra non abbiamo nulla contro di loro. Vogliamo il cambio di regime, non la vendetta". La gente però scappa dalle città curde. Almeno un milione e mezzo di persone sono sfollate in montagna. "Hanno paura di un attacco chimico o biologico. Il nostro esercito è in grado di garantire che non ci sarà un'invasione da terra, ma non possiamo escludere il lancio di qualche missile. Penso sia improbabile, ma non posso assumermi la responsabilità di fermare i civili".

GAS - E se invece i gas arrivassero davvero? Massud Barzani non è un grande oratore. Soprattutto adesso che recita la parte del buon federalista per non spaventare turchi e americani. Davanti all'ipotesi dei gas, però, ha un sussulto. Finalmente risponde di getto. "Smetteremo di stare con le mani in mano e attaccheremo con tutte le nostre forze chi esegue ordini del genere. Sarebbe l'occasione di far pagare i crimini che questo regime ha commesso ad Halabja e durante la repressione dell'88". E se i turchi entrassero da nord per, come dicono, prevenire l'emergenza umanitaria? "È un'ipotesi da non prendere neppure in considerazione. Non lo dico io, capo di un partito, non lo dice un governo che può essere espressione di una parte. Ma il popolo stesso del Kurdistan. Noi stiamo facendo di tutto per rassicurare il governo di Ankara, siamo pronti a dare qualsiasi garanzia, ma se tutto ciò non bastasse e i soldati turchi passassero il confine ci sarebbero grandi sofferenze. Per noi, certamente, ma anche per i turchi". Come sono i suoi rapporti con gli americani? Si dice che il suo rivale politico curdo, Jalal Talebani, abbia migliori relazioni con loro. "È una gara che non mi interessa. Talebani ha capito i suoi errori e ora abbiamo una buona collaborazione. Quanto a Washington sono soddisfatto delle relazioni in corso e fino a che avremo interessi e fini comuni, sono convinto potremo lavorare assieme perfettamente. Una cosa deve però essere chiara a tutti. Che noi non siamo e non saremo mai un giocattolo nelle mani di qualcuno. Neppure degli americani".

Andrea Nicastro, www.corriere.it