La tesi pubblicata su una rivista inglese. La replica: "Visione semplicistica. Come dire che le cattedrali sono pietre"
"L'anima? Solo una reazione biochimica"
Francis Crick, "padre" del Dna: è un processo che dipende da un piccolo gruppo di cellule del cervello

A cura di Margherita Campaniolo

ROMA - La sua tesi da anni irrita i cattolici. Ma Francis Crick, il padre del Dna, insiste. E, in coincidenza con il cinquantenario della scoperta della doppia elica, torna a battere il tasto su un tema che lo appassiona. L'anima, sostiene lo scienziato ottantaseienne, non ha niente di soprannaturale, di spirituale. Non è altro che il risultato di un processo neurobiologico che dipende da un piccolo gruppo di cellule cerebrali. Banale prodotto dell'organo della mente, il cervello, come potrebbero essere una emozione o un movimento. Assieme al co-autore Christopher Koch, il vincitore del premio Nobel, certo che anima e promessa di vita eterna non esistono, condensa le sue conclusioni in un articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista britannica Neuroscience , ampiamente ripreso anche dalla stampa anglosassone dove sono particolarmente sensibili a questo dibattito.
"La convinzione è che le nostre menti, il comportamento dei nostri cervelli, possono essere interamente spiegati dall'interazione dei neuroni", ha più volte affermato Crick nel commentare i suoi studi su pazienti con lesioni cerebrali, in particolare affetti da epilessia, e animali. "E' ormai evidente che la coscienza nasce da reazioni biochimiche - conviene Koch, professore di Scienze neurologiche all'Istituto di tecnologia della California, citando una frase del lavoro appena pubblicato -. Per la prima volta abbiamo uno schema coerente e complessivo di quello che è la coscienza in termini filosofici, psicologici e neuronali".
Affermazioni capaci di riaccendere l'antica miccia. Il reverendo Michael Reiss, dell'Università di Londra, ha l'aria di non voler dar peso alla teoria di Crick, liquidandola con un gesto della mano. "Ha solo scoperto le componenti neurologiche della coscienza, sarebbe come dire che la cattedrale è un insieme di pietre. Evidenza innegabile, ma semplicistica e non rende l'idea".
Perplessi i commentatori italiani. Il contenuto dell'articolo su Neuroscience non suona certo come una novità assoluta. Secondo Paolo Nichelli, Dipartimento di neuroscienze all'Università di Modena e Reggio Emilia, studioso delle emozioni, non convince neppure il metodo di indagine che è servito a Crick per chiudere il cerchio: "La sua tesi non è verificabile. Non c'è evidenza che i pazienti con un certo tipo di lesioni abbiano perso la coscienza di sé, l'anima. Inoltre esistono tanti livelli di coscienza, è difficile distinguere tra l'uno e l'altro. Non c'è la prova che questa dipenda da un gruppo ben circoscritto di strutture nervose, come vorrebbero farci credere. Conclusioni di questo genere sono riduttive".
Non arriva inatteso il commento di Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica dell'Università Cattolica a Milano: "Fantascienza". E chiarisce bene la distinzione tra coscienza e cervello: "La prima è la capacità dell'uomo di rendersi conto di esistere. L'anima è ciò che lo fa esistere. E' la causa della coscienza, esiste prima di essa. Ecco perché diciamo che l'embrione, fin dagli inizi della vita, ha un'anima anche se ancora privo di cervello". Nell'accezione cattolica l'anima è il principio unificatore dell'organismo umano e distingue l'uomo da animali e piante: "Crick e compagni ripercorrono la strada indicata da Cartesio e ormai abbandonata - continua Pessina -. A differenza di quanto affermano non può esistere nessuna identità tra spirito e mente".