"...non potremo restare quassu' per un altro poco?"

Queste le parole pronunciate appena prima dell'inizio delle manovre di rientro del Columbia, terminate come sappiamo in tragedia.

Ricordo che, nella sera nella quale avvenne il disastro, diversi TG sottolinearono questa frase, pronunciata dall'ingegnere responsabile di numerosi esperimenti compiuti in orbita, come ad indicare il clima allegro, collaborativo e quasi giocoso instauratosi a bordo dello shuttle. Era allegro, l'ingegnere, nella sua ultima intervista. Era commosso dalla grandezza e dall'importanza dei risultati riscontrati negli esperimenti, risultati che andavano di gran lunga oltre ogni aspettativa. Era vivo, di una vita di cui solo chi vede la Terra da lontano lontano riesce a comprendere il significato; un uomo forte, capace di seguire senza batter ciglio dodici stressanti e lunghissimi anni di tirocinio per un volo di poche decine d'ore nello spazio, di portare brillantemente a termine decine di esperimenti nel laboratorio di bordo, di analizzare e risolvere problemi mentre parlava con la propria famiglia laggiu', su quella biglia di marmo e cristallo che era il suo pianeta. Un uomo sensibile e intelligente, dal cuore di bambino. E quando dalla NASA si capi' che nulla piu' era possibile per salvare l'equipaggio, e che il rientro avrebbe avuto l'esito infausto che oramai conosciamo, il suo cuore di bambino venne fuori mentre la sua voce un po' tremante pronuncio' quell'ultima, disperata frase.
"...non potremo restare quassu' per un altro poco?"

Luigi Morelli