Cacciatori di storia
I resti di una nave romana con il suo carico: a trovarla è stato un gruppo di sub italiani che, per passione, scandagliano il mare. Portando alla luce relitti,e appassionanti racconti.

Navigava felice il comandante della nave partita da Nuova Cartagine. La merce portata da Roma era stata venduta, la stiva era già piena di pelli e lana da riportare nella capitale dell'Impero. All'ultimo momento aveva imbarcato un prezioso carico di bronzo. C'era posto solo in coperta, ma il guadagno valeva il rischio di sbilanciare la nave.
Purtroppo la tempesta lo colse all'improvviso, appena uscito dal riparo della costa di Minorca: i pani di bronzo da 80 chili cominciarono a rotolare sul ponte, l'esile fiancata fu sfondata e per la nave e il suo equipaggio fu la fine.
Nessuno ne avrebbe saputo più niente se nell'estate del 2000 il direttore della rivista Sub, Guido Pfeiffer, non avesse deciso di ascoltare le chiacchiere di un vecchio marinaio in un bar del porto di Ciudadela, sull'isola spagnola di Minorca.
Con i suoi uomini era impegnato nelle ricerche dei relitti di due navi italiane, ma decise di sondare lo stesso la zona indicata. Prima la telecamera di profondità trainata dalla sua barca Pegaso II ha individuato strane macchie sul fondo.
Poi una vera e propria perlustrazione sottomarina a 50 metri di profondità ha consentito di ritrovare in pochi giorni i resti della nave: il carico ancora ordinato in file precise, un'ancora e i resti di qualche anfora.

Un ritrovamento prezioso, il cui valore storico è stato confermato dagli archeologi subacquei Enrico Ciabatti e Giulia Pettena: l'analisi dei resti delle anfore ha consentito di stabilire l'epoca del disastro, tra il I e il III secolo dopo Cristo. Un altro successo per l'équipe di Pfeiffer che, con il suo collaboratore Claudio Corti, è uno dei pochi uomini al mondo in grado di scendere fino a 150 metri di profondità. Ci riesce grazie a strumenti come il "rebreather", che consente immersioni profonde senza rischi di embolia o euforia. "A 100 metri" spiega Pfeiffer "riesci a restare lucido come in un'immersione a 30. Un'esperienza impressionante, perché laggiù sei davvero solo, tutto è buio e l'acqua è opaca". Unica arma di difesa "una cesoia e un taglierino per liberarsi da lenze e reti affondate che potrebbero essere letali".
A spingere sempre più a fondo Pfeiffer e i suoi compagni non è la ricerca di tesori nascosti: "Non siamo come l'americano Ballard che riesce a raccogliere finanziamenti per migliaia di dollari per cercare i galeoni spagnoli". Sarà la soprintendenza spagnola a decidere se avviare una campagna di scavi sulla nave romana. In teoria gli scopritori avrebbero diritto al 20-25 per cento del valore di quello che sarà trovato, ma per il direttore di Sub conta di più scoprire storie appassionanti per i suoi lettori, per la maggior parte esperti subacquei.

"Nel mar Mediterraneo" continua "non ci sono tesori, perché mentre nei Caraibi i galeoni si incagliavano nel reef e venivano poi ricoperti dalla barriera corallina che li ha conservati per secoli, da noi sprofondavano in mare aperto e con il tempo si sono praticamente dissolti". I relitti delle navi antiche vengono individuati solo per il carico, anfore o pani di metallo, come è il caso dell'ultima scoperta.
Diverso è il discorso per i resti delle navi moderne, specie quelle affondate nella Seconda guerra mondiale.
Il lavoro di ricerca è lungo, ma sovente dà buoni esiti. "Spesso si parte dalle chiacchiere dei pescatori" racconta Pfeiffer "poi c'è un lavoro di ricerca negli archivi delle marine e dei cantieri". Così sono state individuate Pegaso e Impetuoso, le torpediniere autoaffondate alle Baleari dai comandanti l'11 settembre 1943. Facevano parte della scorta della corazzata Roma, affondata dai tedeschi due giorni prima al largo dell'Asinara, nel marasma seguito all'armistizio. Scoprire il relitto della Roma è uno dei sogni di Guido Pfeiffer.
"C'è qualcosa su un fondale di 140 metri, che scende fino a 300, prima o poi andrò a dare un'occhiata". Da solo, nel buio più nero, per il gusto di riuscire a riportare a galla un ricordo di quella nave, magari la campana con il nome inciso sopra. Per regalarla al Museo della marina e ricordare quei 1.252 marinai che se ne andarono a fondo con l'ammiraglio Carlo Bergamini.
Fonte Panorama