Come e perché sono stati creati Hamas e i kamikaze

Hamas psichiatrico
Capitolo 22 del libro "Chi comanda in America" di Maurizio Blondet,
ed. Effedieffe


Devo tutte le rivelazioni che scriverò qui a Joseph Brewda, un
giornalista americano ed ebreo, che mi onora della sua amicizia.
Joseph è convinto che i terroristi suicidi, sia i palestinesi che si
fanno saltare in Israele, sia (se ci sono mai stati) quelli sugli
aerei dell' 11 settembre, possano essere "fabbricati".

Il racconto di Joseph prende le mosse dal Tavistock Institute di
Londra: una strana clinica per malati mentali, un centro di ricerche
psichiatriche di fama mondiale che - stranamente - è gestito da alti
ufficiali delle forze armate britanniche. Fondato nel 1920 sotto la
direzione del generale di brigata e psichiatra dr.John Rawlings, il
Tavistock nacque per occuparsi dei soldati traumatizzati
dalla "Grande Guerra". Gli psichiatri e psicanalisti del generale
scoprirono presto che questi individui erano acutamente
suggestionabili; e che lo stesso effetto poteva essere ottenuto
attraverso interrogatori brutali e torture. Essi misero a punto
tecniche del controllo comportamentale, che furono praticate durante
il secondo conflitto mondiale, come parte di vasti programmi
di "guerra psicologica". Nel 1945, in un suo libro ("The shaping of
psichiatry by war"), il generale Rees, un altro degli scienziati del
Tavistock, propose che metodi analoghi a quelli sperimentati in
guerra, potevano attuare anche il controllo sociale in intere società
o gruppi, in tempo di pace. "Se proponiamo di uscire all'aperto";
scriveva Rees, "e di aggredire i problemi sociali e nazionali dei
nostri giorni, allora abbiamo bisogno di "truppe speciali"
psichiatriche, e queste non possono essere le equipes psichiatriche
Stanziali nelle istituzioni. Dobbiamo avere gruppi di psichiatri
selezionati e ben addestrati che si muovano sul territorio e prendano
contatto con la situazione locale nella sua area particolare".

Dal 1947 il generale Rees fece carriera nell'apparato dell'Onu, dove
creò la Federazione Mondiale della Salute Mentale; collaborò con sir
Julian Huxley, allora capo dell'Unesco; e, secondo Brewda, entrambi
elaborarono un progetto per "la selezione dei quadri" nelle colonie
dell'impero britannico, da addestrare alla futura "indipendenza". In
Africa e in Asia, però, sorsero movimenti di liberazione
incontrollabili da Londra. Gli specialisti del Tavistock perciò
cominciarono da allora a creare movimenti "rivali": il primo
esperimento avvenne in Kenia. Nei campi di prigionia, taluni detenuti
sarebbero selezionati e "preparati con metodi psicologici traumatici
a formare frazioni della rivolta Mau Mau. L'idea era di infiltrare il
movimento di liberazione keniota con "gruppi rivali", che li
penetrassero e frazionassero, creando lotte intestine. I "rivali"
dovevano usare metodi terroristici feroci, per screditare i movimenti.

A questo scopo, la Federazione Mondiale della Salute Mentale guidata
da Rees lanciò nel 1949-50 un ampio studio sui profili psicologici di
vari paesi. Il programma si chiamava: "Tensione mondiale: la
psicopatologia delle relazioni internazionali". Furono studiate le
reazioni, le suscettibilità psicologiche di diversi gruppi etnici,
secondo Brewda "per poterli meglio controllare". In questo quadro, lo
studio più approfondito fu intrapreso sugli ebrei: dapprima sui
sopravvissuti alle persecuzioni naziste che erano riparati in
Israele. Secondo la tattica suggerita da Rees, psichiatri "ben
addestrati" furono mandati "sul territorio". Nacque a Gerusalemme la
Società per l'Igiene Mentale in Israele. La guidava il dottor Abraham
Weinberg, un uomo del Tavistock.

Prevedibilmente, Weinberg diagnosticò, nella psicodinamica ebraica,
la leva su cui poteva agire la psichiatria di guerra: la convinzione
di essere il "popolo eletto", diverso da ogni altro. Il fatto che nei
secoli gli ebrei siano stati fatti sentire diversi dagli altri
popoli, non ha fatto che rinforzare questo carattere, diceva il
dottore. E ha creato una "personalità ebraica" intimorita e
diffidente del prossimo. Di fronte alla persecuzione nazista, la
popolazione ebraica ha reagito in maggioranza rinnovando la fedeltà
alla propria identità etnica e alla "missione degli ebrei" nel mondo:
la sofferenza subita era parte di questa "missione", e la creazione
dello stato d'Israele, il ritorno alla terra promessa dopo duemila
anni, era il compenso per questa sofferenza. Oggi (scriveva Welnberg
nel 1948) per la prima volta in millenni, "è possibile creare una
vera personalità ebraica, fondata sulla sofferenza del genocidio e
sull'ambiente controllato di Israele". Di fatto, secondo Brewda,
questa diagnosi giustifica (e provoca) la riduzione dell'israeliano
d'oggi a membro di un culto del sangue e del suolo; il fatto che
Israele pratichi in "Terra Santa" una politica di segregazione e di
igiene razziale nei confronti degli arabi, sarebbe la prova del
successo del Tavistock.

Nello stesso tempo, il Tavistock conduceva lo stesso tipo di studi
sugli arabi, attraverso un affiliato "Istituto di Igiene Mentale" con
sede al Cairo; queste ricerche finirono per convergere con studi
analoghi, che gli specialisti israeliani di guerra psicologica
stavano conducendo per scopi militari. I risultati di queste indagini
si ritrovano nell'opera monumentale di Raphael Patai (uno degli
specialisti israeliani in profili psicologici), "The arab mind".
Patai scopre nella "mentalità araba" il punto debole, che la rende
vulnerabile alla manipolazione: la sua tendenza a confondere, specie
sotto stress, "realtà e retorica". L'arabo tipico "vuole apparire
piuttosto eloquente che profondo, e la sobrietà è di rado un
carattere apprezzato nei leader". Lo dimostra, secondo lo studioso,
il fatto che dei veri e propri pazzoidi (come il libico Gheddafi)
possano godere di autentica popolarità.

È, come si vede, uno studio di "profiling", ben noto ai servizi
segreti più sofisticati: un gruppo etnico viene "profilato
psicologicamente" dal nemico, per farlo agire - a sua insaputa - a
vantaggio del nemico stesso.
Quest'arte orribile non viene nemmeno nascosta. Sul numero del 22
giugno 2001 della rivista International Bulletin of Political
Psychology è apparso un dotto articolo col seguente
titolo: "L'utilità della ricerca psicologica per accendere e sedare
la violenza: gli "scopritori" di terroristi e la selezione e gestione
di giovani terroristi".

Ne è autore il dottor Jerrold Post, fondatore del Bulletin, che per
21 anni è stato a capo, alla Cia, del centro "Analysis of Personality
and Political Behavior". In questa veste, Post ha scritto
infiniti "profili psicologici" di capi di sette e di gruppi
terroristi: ha studiato fra gli altri Bin Laden, Saddam Hussein e la
psicologia dei dirottatori di aerei. Dall' 11 settembre, viene spesso
intervistato dai media americani.

E in Palestina? L'amico Joseph Brewda ci segnala la presenza, nella
striscia di Gaza, dei "Gaza Community Mental Health Program (GCMHP),
che è di fatto l'unico presidio psichiatrico nella zona occupata
dagli israeliani.

Il centro è stato creato da un ramo del Tavistock in collaborazione
con la Israel Psychoanalitic Association, ed è finanziato dai governi
americano e britannico. Ufficialmente, ha lo scopo di "affrontare i
problemi mentali dei bambini traumatizzati nell'Intifada (del 1987) e
riabilitare i prigionieri politici palestinesi vittime di torture".

Difatti,"la tortura è una pratica corrente da parte dei militari
israeliani", scrive Brewda. "Le leggi d'Israele consentono
ufficialmente trattamenti come la deprivazione del sonno, prolungate
sedute al buio, l'obbligo a mantenere a lungo forzate posizioni
corporee, e "confinamento" (in spazi-scatola senza l'uso della
toilette), esposizione a temperature estreme. Ci sono medici
israeliani che esaminano i prigionieri palestinesi e indicano quali
di queste torture possono essere applicate, dato lo stato di salute e
le condizioni fisiche del detenuto".

Almeno centomila palestinesi di Gaza, il 10% della popolazione, è
stato prima o poi detenuto nelle carceri israeliane e sottoposto
all'una o all'altra tortura; molte di queste vittime sono bambini,
dato che la legge israeliana considera adulto chi abbia più di 12
anni. Secondo uno studio condotto dallo stesso "Gaza Mental Health
Program", l'85% dei 1300 bambini intervistati hanno assistito a
irruzioni della polizia o dei soldati nelle loro case, il 42% è stato
picchiato, il 55% ha visto picchiare il proprio padre. Il 19% di
questi bambini sono stati essi stessi detenuti. Di conseguenza, molti
di loro manifestano segni di deterioramento mentale: mutismo,
insonnia, scoppi d'ira e di violenza immotivati verso i propri
familiari.

Il "Gaza Community Mental Health Program" fornisce a queste vittime
un'assistenza, che si configura come "terapia di gruppo". Una ventina
di specialisti conducono queste terapie di gruppo "sul territorio",
fra i torturati da Israele insieme alle loro famiglie. Chi ha
addestrato e preparato questi specialisti? Il Dipartimento di
Psicologia dell'Università di Tel Aviv, con l'approvazione formale
del governo israeliano e con fondi degli Stati Uniti. La stessa
università di Tel Aviv addestra un gruppo di ricerca psicologica sul
campo, il quale produce rapporti dai titoli
significativi: "Esperienza della tortura e stress post-traumatico tra
prigionieri politici palestinesi", oppure "Predizione del riassetto
psichico tra i bambini palestinesi dopo la violenza politica".
Insomma, la "ricerca" mette i "ricercatori" a diretto contatto con i
futuri, potenziali quadri del terrorismo suicida.

L'intenzione è davvero quella di curarli? Se ne può dubitare: il
direttore del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Tel Aviv,
il dottor Ariel Merari, ha fondato e diretto, per l'esercito
israeliano (Israeli Defense Force) L'"Unità di Gestione di Crisi", il
gruppo cioè che tratta con i rapitori, in caso di presa di ostaggi.
Il dottor Merari è uno psichiatra militare, esperto di "profiling"
del nemico. Fra l'altro, è stato il primo israeliano, dopo l'11
settembre, a dichiarare che l'attacco su New York era stato diretto
da Bin Laden. Secondo Brewda, tutta l'operazione "di salute mentale"
ha lo scopo di selezionare e identificare, tra le vittime
psicologicamente destabilizzate dalle torture d'Israele, quelli che
possono diventare pericolosi terroristi.

Gli indizi che porta sono allarmanti. Anzitutto uno: il direttore dei
GCMHP, pagato dagli americani e sotto controllo degli israeliani, è
uno psichiatra palestinese, dottor Eyad Sarraj, che è anche un
esponente di alto livello di Hamas. Inoltre, Sarray non nasconde,
anzi esalta, la sua ammirazione per i terroristi suicidi. Come ha
scritto in un articolo del 4 agosto 1997, "Capire il terrorismo
palestinese", "in Palestina, la cosa stupefacente non è che accadano
atti di terrorismo suicida, ma che accadano così raramente". Il
dottor Sarraj è convinto (come l'Istituto Tavistock di Londra) che la
violenza è il solo mezzo con cui gli adolescenti disturbati della
Palestina possano recuperare la salute mentale: "E' il processo che
esteriorizza la coscienza di schiavo che è stata introiettata nel
bambino [palestinese dalla violenza israeliana] e ne forma ormai
l'intimità personale profonda. Con questi atti, i bambini riaffermano
se stessi ed esercitano il diritto a una vita libera e migliore".

Ci si può chiedere come mai Israele, che controlla il centro di
salute mentale di Gaza come abbiamo visto, e ne addestra gli
specialisti, lasci al suo posto questo individuo. Forse la risposta,
suggerisce Brewda, è nel fatto che Sarraj condanna apertamente Arafat
e definisce i suoi tentativi di continuare il processo di pace come
tradimento. "Siamo diventati semplicemente gli schiavi del nemico. In
nome della pace, siamo stati umiliati. Arrestati e persino torturati
dalle forze dell'autorità Palestinese per proteggere la pace. La
nostra autorità si è scatenata contro di noi per piacere a Netanyahu.
I nostri governanti girano su grosse auto e si costruiscono grosse
ville... ora capite perché siamo diventati assassini suicidi?".

Nel 1997, cose simili furono ripetute in una conferenza, tenuta
all'interno del GCMHP, da Abdel Aziz Rantisi, il portavoce di Hamas
nella striscia di Gaza. In quell'occasione, Rantisi spiegò che "il
suicidio è vietato dall'Islam, salvo specifiche situazioni". Lo
ascoltavano, e condividevano con lui il podio, la dottoressa Yolanda
Gampel, direttrice della Israeli Psychoanalitic Association
all'Università di Tel Aviv, il dottor Moshe Landsman, supervisore
dell'assistenza psichiatrica al centro di Dimona (il centro dove
l'esercito israeliano fabbrica le armi nucleari); inoltre, la
dottoressa Helen Bambar e il dottor Rami Heilborn, che dirigono la
fondazione medica per la cura delle vittime della tortura, fondata
dall'Istituto Tavistock di Londra.

Per spiegare quale sia il lavoro di questi psichiatri militari fra
coloro che il loro stato tortura, Joseph Brewda cita il dottor
Jerrold Post, lo psichiatra americano del Bulletin of Political
Psychology, a proposito dei "talent scouts di terroristi":

"Come i funzionari dei servizi di spionaggio valutano, nei potenziali
candidati a diventare agenti dei servizi, i loro punti vulnerabili
(condizioni economiche, status vocazionale e desideri, ferite
narcisistiche, ideologia, comportamento sociale, orientamenti
sessuali), allo stesso modo i talent scouts di terroristi devono
valutare i giovani potenziali terroristi in base ai loro fattori di
rischio di violenza". Tali fattori di rischio (Post ne elenca 24) non
sono identificati per essere soppressi, bensì per essere "usefully
mined", ossia "utilmente sfruttati".
Il dottor Merari compie, di norma, appunto questo "lavoro" per le
forze armate israeliane.

Hamas è nata ufficialmente il 14 dicembre 1987, quando lo sceicco suo
ispiratore, Ahmed Yassin, emise il primo comunicato a nome del gruppo
terroristico-fondamentalista. Ci si può chiedere come Hamas abbia
potuto sopravvivere nelle durissime condizioni dell'occupazione
israeliana.

La risposta - straordinariamente franca - è in uno scritto della
dottoressa Anat Kurz, dei Jaffee Center dell'Università (ebraica) di
Tel Aviv. In un "Memorandum n. 48" pubblicato nel luglio 1997, la
Kurz rivela che fu il governo Begin a fornire ad Hamas lo stato di
associazione legale, già nel 1979, "in coerenza con la politica
israeliana di rafforzare i gruppi islamisti come contrappeso ai
gruppi nazionalisti palestinesi [ ... ] Israele ha sempre avuto un
occhio di riguardo per l'Associazione Islamica [ossia Hamas]. Nel
1984, quando si scoprì che essa aveva costituito depositi segreti di
armi, i suoi capi furono imprigionati, ma le autorità israeliane non
hanno soppresso l'associazione.

Evidentemente, i politici israeliani continuavano a considerarla un
rivale di gruppi militanti e un elemento, utile dal punto di vista
israeliano, di disgregazione tra i palestinesi".

Fino al 1993, ossia agli accordi di Oslo che avviarono il processo di
pace, Hamas si è distinto solo per sporadiche aggressioni a militari
israeliani. Solo dopo la firma degli accordi di Oslo il gruppo ha
cominciato a usare terroristi suicidi, e questi contro la popolazione
civile. Il terrorismo di questi attacchi atroci è noto: essi accadono
sempre al momento giusto per costituire una scusa, agli elementi
della politica israeliana contrari al processo di pace, che "trattare
con gli arabi è inutile".

Alcuni esempi. Il 6 aprile 1994, Hamas fece saltare un'auto carica di
esplosivi in una stazione d'autobus: otto morti e 44 feriti. Una
settimana dopo, un terrorista suicida si fece saltare nella stazione
dei bus di Hadera: 5 morti e 20 feriti. Ciò accadde mentre stava per
riunirsi il tavolo di negoziato fra Israele e OLP per la firma degli
accordi del Cairo: quelli che sancivano la nascita del proto-stato
palestinese, e a cui il Likud (e Sharon) si opponevano ferocemente.

Nell'ottobre 1994, Hamas creò la prima spaccatura fra il governo
Rabin e Arafat, sequestrando un ufficiale israeliano, Nashon
Wachsmann, che tenne prigioniero ("deliberatamente", sottolinea
Brewda) nel territorio controllato dall'OLP: la cosa finì in un bagno
di sangue (i rapitori furono uccisi con il rapito). Ma per la prima
volta il primo ministro Rabin fu bollato come "nuovo Chamberlain" dai
falchi come Sharon e Netanyahu, gli stessi che dipinsero Arafat
come "nuovo Hitler" ). Una vera campagna d'odio, che non mancò di
dare risultati: nell'ottobre 1995 Rabin, colpevole di aver avviato il
processo di pace, fu trucidato da un estremista ebraico, "attentatore
solitario".

Il rapimento dell'ufficiale fu personalmente attuato dal capo
delle "Operazioni Speciali" di Hamas, Sallah Jadlallah. Il punto
cruciale è che Sallah aveva ottenuto quella carica subito dopo essere
stato dimesso da un manicomio israeliano.

Secondo Hamas, Jadlallah simulò la pazzia per evitare la prigione,
dopo un suo arresto da parte degli israeliani. In qualche modo, il
suo biografo psicologico israeliano Andrian Kreye concorda. In un
articolo del 1995 ("Un posto in Paradiso: il culto dei martiri a
Gaza"), Kreye scrive che Sallah "durante il processo recitò la sua
pazzia in modo così convincente, che sua madre scoppiò in lacrime,
pur sapendo che suo figlio recitava". Continua Kreye: "finito il
processo, l'esercito lo internò in un manicomio. Qui [JadIallah]
perfezionò la sua parte, girando nudo e urlando per i reparti,
gettandosi in testa il cibo. Due anni rimase nel manicomio fingendosi
folle. Appena rilasciato, Imad Aqel, il capo di Qassam [è l'ala
militare di Hamas] mise Sallah Jadallah a capo dell'unità "0perazioni
Speciali". Da quel momento, questo giovane sottile è stato la mente
di atti di durissima guerriglia e delle missioni più delicate".

Isaac Rabin fu ucciso da un giovane membro di un gruppo israeliano
poco noto, chiamato Iyal. Arafat disse testualmente al giornale
italiano "La Repubblica": "Siamo sicuri che Rabin è stato ucciso da
un gruppo estremista israeliano, proprio come noi sappiamo che esiste
un patto tra estremisti israeliani e palestinesi per impedire la
pace. Avishai Raviv, il capo del gruppo estremista ebraico lyal, ha
ammesso in un'intervista rilasciata il giorno precedente l'assassinio
di Rabin, di essersi incontrato con estremisti del Jihad. E ha
aggiunto che non era la prima volta".

Nel gennaio 1998, Arafat è tornato sul tema in un'intervista al
giornale giordano Al Ray: "Estremisti nei due schieramenti si fanno
favori reciproci. Netanyahu [allora primo ministro israeliano, del
Likud] è lieto che esistano gli estremisti palestinesi: gli
consentono di uscire dal vicolo cieco in cui s'è cacciato, e lo
isolano dalle pressioni internazionali".


Links sullo stesso tema:

Il Mossad accusato del falso di un'Al-Qaeda palestinese
http://www.asslimes.com/documenti/palestina/mossadalquaeda.htm

Il terrorista palestinese si è dimenticato di togliere la sua stella
di David?
http://www.rense.com/general24/stard.htm