Shuttle, un pezzo di ghiaccio causò il disastro

Proseguono le indagini sul disastro che è costato la vita ai sette astronauti del Columbia Sts-107, cinque uomini e due donne che avevano partecipato lo scorso gennaio ad una delle missioni più importanti dal punto di vista scientifico

Di M. Campaniolo


A poco più di due mesi dalla tragedia avvenuta sopra i cieli del Texas, continua il lavoro da parte della Commissione d'Inchiesta nominata per far luce sul disastro che è costato la vita ai sette astronauti del Columbia Sts-107, cinque uomini e due donne che avevano partecipato lo scorso gennaio ad una delle missioni più importanti dal punto di vista scientifico dell'intero programma shuttle, iniziato nel 1981 proprio con un volo della stesso Columbia.
E cominciano un po' alla volta a prendere corpo quelle che sono state le vere cause dell'incidente. Era stato infatti accertato subito, anche dai dati telemetrici registrati e scaricati a terra durante il rientro atmosferico, che si era verificato un grave danno all'ala sinistra della navetta spaziale, che cedendo avrebbe reso sempre più debole il rivestimento termico che consente al veicolo spaziale alato di attraversare indenne la coltre atmosferica, nel mare di fiamme di 1700 gradi centigradi. E questo è stato il punto di partenza per andare a caccia delle ipotesi su cosa abbia invece causato il danno all'ala.
Si era parlato di cedimento strutturale a causa del fatto che il Columbia è uno shuttle ormai vecchio (che vola appunto dal 1981), di cedimento di alcune delle centinaia di mattonelle impregnate di carbonio (quelle nere) che coprono le ali e il ventre della navetta, e di altre ipotesi. Ma forse proprio quella che sembrava la meno probabile, sembra invece prendere corpo sempre di più: nelle immagini studiate attimo per attimo della partenza da Cape Canaveral infatti, fu notato un grosso frammento staccarsi dal serbatoio centrale, quello color marrone rossastro, che è ancorato allo shuttle e serve da "rifornitore" del combustibile liquido per i tre grossi propulsori criogenici della navetta.
All'inizio sembrava però assurdo che un pezzo del rivestimento del serbatoio (un frammento del serbatoio stesso non poteva essere, altrimenti sarebbe esploso all'istante - ndr) potesse creare un danno di questo genere sulla struttura del Columbia. Questo rivestimento infatti ha pressapoco la stessa consistenza del materiale da coibentazione che viene pompato nelle intercapedini, e sono ancora in molti, al Kennedy Space Center, a ricordarsi di quando un picchio, che aveva deciso di costruire il suo nido sulla punta del serbatoio, andando a "picchettare" con il becco riuscì a consumarne una parte consistente, costringendo i tecnici del programma shuttle a sostituire una buona parte del rivestimento stesso.
Ma ultimamente è spuntata l' "ipotesi ghiaccio". Sembra infatti che un blocco di ghiaccio, dovuto alle temperature che in notturna sono comunque rigide in gennaio anche in una zona dal clima sub-tropicale come quello della Florida (e già causa dell'incidente del Challenger del 1986), si sia formato sul sebatoio, staccandosi poi assieme al rivestimento che copre l'"External Tank", per andare successivamente a colpire con violenza l'ala dello shuttle. Da lì la crepa, che ha poi causato il cedimento durante gli stress aerodinamici e il forte calore del rientro a terra dopo due settimane di missione.
Alcuni osservatori hanno fatto notare che già in passato era capitato di notare blocchi di questo tipo staccarsi durante la fase dell'ascesa verso lo spazio dopo la partenza, fatta di forti scossoni, vibrazioni e innalzamento di temperatura, che fanno sì che ciò accada. Ma evidentemente in quei casi i danni erano stati poco rilevanti o i frammenti avevano toccato una parte meno delicata.
Resta da capire però come una struttura, in teoria assai robusta come quella della navetta, abbia potuto subire un danno simile per un problema all'apparenza banale.
E nel frattempo prosegue anche lo studio dei dati delle due "scatole nere" (Orbiter Experiments Recorder) dello shuttle, ritrovate alcuni giorni fa in buono stato. E' stato confermato che gli astronauti si erano accorti che lo shuttle stava modificando il proprio assetto durante la fase di rientro; una manovra impartita dai computer di bordo che avevano registrato le anomalie del surriscaldamento all'ala e il cedimento della struttura. I due piloti avevano poi preso i comandi manuali , avendo capito che il sistema automatico era andato in tilt. Ma ormai era troppo tardi.
Non si sa ancora quando la Commissione presenterà i risultati: a Cape Canaveral alcuni giornalisti di testate locali ci fanno sapere che è un lavoro lungo e che ci vorrà ancora del tempo.
E che i voli non riprenderanno sicuramente prima del 2004.