Il deserto regala un tempio sconosciuto

Di Carmelo Scuderi

IL CAIRO - Chi sa quanti segreti millenari nasconde il Sahara (in arabo 'deserto') egiziano, come per esempio lo scomparso esercito di Cambise che la leggenda vuole disperso tra le sabbie, forse a causa di una tempesta, mentre marciava verso il nord, secondo quanto racconta Erodoto. E di tanto in tanto l'enorme distesa di sabbia regala qualcuno di quei misteri a tenaci ricercatori. E' successo in questi giorni. Il deserto ha consegnato resti di un rarissimo tempio di 2400 anni fa all'archeologo italiano Paolo Gallo, dell' Universita' di Torino, fondatore nel '97 del Centro della Missione Archeologica Italiana di Alessandria d' Egitto (Cmaia). Abbandonati per un attimo gli scavi in corso da tempo sull' isola di Nelson, vicino ad Abuqir - dove ha trovato tracce di una fortezza fondata dai coloni di Alessandro Magno e resti umani dei marinai che aiutarono l'ammiraglio inglese a sconfiggere Napoleone Bonaparte - Gallo si e' recato in uno dei punti meno ospitali del Sahara. Assistito da un primo finanziamento privato dell'industriale torinese Massimo Foggini (il suo nome con quello del figlio Jacopo e' legato alla scoperta casuale l'anno scorso in altra zona del Sahara egiziano, molto piu' a sud, di una grande cavita' con graffiti e disegni preistorici) e dal sostegno logistico dell'ambasciata italiana al Cairo, l'archeologo ha scommesso ed ha vinto.
Quasi sulle rive del lago salato di Bahrein (il nome significa 'due mari' ed indica forse l'antica presenza di un altro grande lago), a ridosso delle dune che segnano il limite settentrionale del 'Grande mare di sabbia' - un mito per tutti gli appassionati di deserto, che si estende a sud per oltre 1500 chilometri - Gallo ed i suoi collaboratori hanno individuato tracce di un tempio lungo 20 metri costruito tra il 380 ed il 360 avanti Cristo dal faraone Nectanebo primo, della 30esima dinastia, l'ultima di regnanti egiziani. Quelle successive furono persiane, macedoni e poi tolemaiche (fino a Cleopatra VII, l' antica egizia piu' celebrata in tempi moderni). Man mano che i lavori procedevano, dalla sabbia e' emerso un patrimonio insospettato da chi aveva individuato a Bahrein, 140 chilometri a sudest dell'oasi di Siwa, un sito archeologico interessante, ma mai aveva sospettato la presenza di un tempio cosi' importante.
Fu dedicato da Nectanebo - signore che controllava la foce del Nilo e riscuoteva tasse da chiunque vi si addentrava provenendo dal Mediterraneo - ad una versione locale del dio Ammone, 'Ammone che fortifica', con un santuario, nella parte inferiore del tempio, al quale si arriva percorrendo una sala ipostila con sei colonne. Custoditi per millenni dalla sabbia, i colori dei rilievi e dei disegni sono rimasti ben conservati, come appare in fotografie dei blocchi che sono stati portati alla luce, e che mostrano Nectanebo in posizione di offerta di terreni ad una divinita' locale criocefala (con la testa di montone). "Il nostro problema e' ora di portare questi blocchi in luoghi sicuri, dove il vento, che soffia forte nella zona, non li flagelli e non danneggi quei colori - dice Paolo Gallo all' Ansa - non abbiamo i mezzi necessari per il trasporto di reperti cosi' pesanti, che nella sabbia fanno affondare le ruote dei fuoristrada. Tentero' di chiedere aiuto all'esercito". Gallo non dice che c'e' anche un ansia per futuri finanziamenti che facciano proseguire gli scavi e consentano di recuperare l'intero regalo che il deserto ha fatto, cioe' le altre parti del tempio ancora nascoste.
"Nell'antichita' Bahrein era una piccola oasi, il cui nome geroglifico era 'Imespep' importante per il traffico carovaniero che legava l' oasi di Siwa a quella di Bahareya - aggiunge l'archeologo - Nectanebo primo volle spingersi fin li' a costruire un tempio per valorizzare le oasi occidentali dell' Egitto e migliorare i collegamenti carovanieri con la valle del Nilo. Fu abbandonato in epoca bizantina, quando le carovane si diradarono e non fu mai piu' riabitato. Ora tocca a noi valorizzarlo - conclude Gallo - e siamo entusiasti di farlo anche se le condizioni di lavoro non sono affatto facili".

Fonte: ansa.it e chucara2000: (
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